La corsa solitaria di Sheldrake

RS-videoL’attenzione congiunta è un comportamento istintivo per il quale, quando qualcuno rivolge la sua attenzione verso un oggetto o un punto dello spazio, anche altri che si trovano nello stesso ambiente prendono istintivamente a interessarsi dello stesso “obiettivo”. Immaginate, camminando per strada, di vedere una persona ferma a osservare qualcosa in alto: non vi viene l’impulso di girarvi anche voi a guardare verso lo stesso punto? Bene, questa è l’attenzione congiunta, che si attiva mediante piccoli segnali che si trasmettono da persona a persona.

Secondo Rupert Sheldrake, oltre che in questa forma, l’attenzione congiunta potrebbe manifestarsi anche su un piano di percezione extrasensoriale, tra persone distanti che non possono interagire tramite i canali ordinari. In altri termini, secondo lui potrebbe accadere di dirigere la propria attenzione verso un “obiettivo” preciso (= bersaglio) soltanto perché si è in qualche modo “avvertito” che in contemporanea qualcun altro sta percependo e rivolgendo il suo pensiero al medesimo bersaglio. Se ciò è vero, allora lo si dovrebbe poter dimostrare per via sperimentale, elaborando una procedura con cui verificare se la coincidenza nella direzione dell’attenzione di persone lontane dipende dal puro caso o da qualcosa di diverso.

Schema-sperimentale-Sheldrake-1Sheldrake ritiene di aver risolto il problema e l’anno scorso ha comunicato i risultati di un primo lavoro in cui aveva messo due persone ai due lati di un muro a guardare lo stesso bersaglio. Ora ha pubblicato un secondo articolo relativo a uno studio su persone che si trovavano a grande distanza tra loro. In pratica, ha arruolato via internet delle coppie di persone che, stando lontane e ciascuna davanti al proprio computer, dovevano guardare per qualche secondo sui rispettivi monitor una certa immagine. Un attimo prima che l’immagine sparisse, per essere sostituita da un’altra, uno dei due componenti della coppia (che definisco qui “identificante”) doveva dire se l’altro (che chiamo “percipiente” perché doveva solo pensare a osservare, cioè percepire, la foto-bersaglio) avesse appena visto la stessa immagine oppure un’altra figura. Ogni test si è composto di 40 prove consecutive, nelle prime 20 delle quali a pronunciarsi sul percipiente è stato uno dei due componenti della coppia; successivamente i ruoli si invertivano. In alcuni test oltre allo stimolo visivo è stato usato uno stimolo sonoro (musica).

Immagine-generaleChe cosa ha trovato Sheldrake, su un totale di 11.160 prove? Che invece di indovinare che cosa stava facendo l’altra persona a caso, cioè attorno al 50% delle volte, gli identificanti avevano fatto dichiarazioni corrette nel 52,8% delle prove.

Che dire? Che probabilmente l’idea di base può essere interessante. Purtroppo, però, la sperimentazione è stata particolarmente male eseguita, al punto da rendere del tutto inaffidabili i risultati annunciati, per almeno tre motivi.

  1. Il lavoro deve aver compreso un numero piuttosto piccolo di partecipanti, perché l’articolo tace completamente su questo dettaglio e parla solo dei test (278): ma ovviamente non è lo stesso se il “fenomeno” è stato evidenziato con un’unica coppia di partecipanti che ha eseguito 12mila prove, o se è stato trovato sui dati di 150, 200 o 278 coppie differenti.
  2. Sheldrake non conosceva quasi nessuno dei partecipanti, che ha “lavorato” a casa propria chissà dove, e non era quindi in grado di capire se le loro dichiarazioni erano esatte, cioè se davvero i due si trovavano in posti diversi o stavano nella stessa stanza; se imbrogliavano o erano sinceri; se c’erano dei legami sensoriali, magari impercettibili, tra loro oppure no. Nell’articolo l’autore afferma di avere escluso un paio di casi che avevano avuto un successo nel 100% delle prove, perché chiaramente erano indice di imbroglio; ma se qualcuno avesse imbrogliato in maniera appena meno evidente, non se ne sarebbe (non se ne è?) accorto in nessun modo.
  3. Provando a differenziare i risultati in base al tipo di immagini usate (animali, luoghi, opere d’arte etc.), agli orari dell’esecuzione dei test, alla fase in cui si producevano le risposte corrette (inizio o fine delle sequenze di prove), al fatto di aver dato o meno all’identificante un riscontro subito dopo la sua affermazione, all’utilizzo di altre modalità sensoriali (udito oltre che vista), i risultati non si sono mai modificati. In qualunque condizione le risposte corrette si sono attestate sempre poco oltre il 52%. Il che, oltre a contraddire decenni di risultati di ricerche parapsicologiche (che qualche diversità l’hanno trovata), è una chiara dimostrazione della mancanza di un effetto sperimentale. Se vi riesce difficile intuirlo, pensate alla sperimentazione con un farmaco. Se dopo averlo dato a un gran numero di pazienti riscontrando un preciso effetto (rispetto al non averlo dato) si scopre che quell’effetto non cambia somministrandone 10 grammi o 150 grammi al giorno, suddividendo il farmaco in una dose ogni mattina o una ogni quindici giorni, dandolo a persone giovani e molto grasse così come a centenari pelle e ossa, prendendolo per bocca o iniettandolo in dose liquida… be’, allora significa proprio che quel farmaco non sta facendo niente, e che l’unico effetto riscontrato, uniformemente in tutti i casi, dipende da qualcos’altro. Tornando al lavoro di Sherldrake: se le risposte corrette sono state attorno al 52,5% (come era successo nel lavoro dell’anno scorso) indipendentemente da ogni variabile fisica e psicologica intervenuta nell’esperimento, dovrebbe venire il sospetto che le modalità di sperimentazione non siano state le più adeguate a controllare quel che si proponevano di misurare.

Una possibilità è che Sheldrake, abituato a sperimentare con gli animali, non si sia reso conto che gli esseri umani sono un po’ più complessi, e difficili da gestire e tenere sotto controllo. Ma è possibile anche pensare ad altre spiegazioni, legate alla procedura di raccolta dei dati o di analisi statistica; ma non è il caso di parlarne qui, perché sono piuttosto complesse.

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