Dal giudice, non solo case infestate

macchiaNon sono soltanto le “case infestate” a provocare situazioni per cui si finisce in tribunale: anche vicende di natura molto diversa hanno fatto sì che di temi “psichici” si sia discusso nelle aule di giustizia…

Il corpo del conte Beni venne trovato senza vita, la mattina del 25 agosto 1916, lungo la strada che congiungeva Pietra Montecorvino a Lucera, a 6 chilometri da quest’ultima località. Era disteso a terra, supino, sfigurato dalle ferite d’arma acuminata ricevute al capo e da un colpo finale che aveva fracassato il cranio. Vicino, in tranquilla attesa, era rimasto il cavallo che tirava il calessino con il quale il conte stava tornando alla propria abitazione al momento dell’agguato. Nulla era stato rubato – nelle tasche del morto furono ritrovati, tra l’altro, un orologio con la catena d’oro, i soldi, i documenti e una piccola rivoltella – e ciò rendeva ancor più surreale la scena presentatasi alla vista degli occupanti di un’auto di passaggio che fecero la scoperta.

Calesse

Un calessino analogo a quello usato dal conte Beni, in una fotografia di altra persona del 1915.

Era giovedì. Il giorno precedente il conte, direttore di una fabbri-chetta che produceva e smerciava grandi quantità di argilla, si era recato a Lucera per cercare di vendere un cavallo e verso sera aveva ripreso la via di casa. Per un po’ aveva viaggiato con la compagnia di Garibaldi Veneziani, giovane spedizioniere della ditta, il quale aveva affiancato il calesse pedalando sulla sua bicicletta; poi al tramonto i due si erano separati, quasi nel punto dove sarebbe stato ritrovato il cadavere. Il conte avrebbe dovuto continuare per Pietra Montecorvino, Veneziani per casa propria a Lucera.

 

Il conte Ubaldo Fabiani Beni, di famiglia non più ricca, aveva intrapreso e cessato vari mestieri prima di dedicarsi alla Kil, la ditta che gestiva le cave di argilla di Pietra Montecorvino. Pochi mesi prima del delitto aveva sposato una certa Anna Wocsmann, bella donna di qualche anno più grande di lui, e nella sua vita c’erano soltanto due “segreti”: una certa disinvoltura con la quale maneggiava parte degli incassi della ditta e il fatto di aver sposato la Wocsmann solo con rito religioso (non valido agli effetti civili), per lasciarle godere l’eredità di un precedente marito.

Il delegato di polizia Gaetano Rella, che passava per essere una specie di rubacuori, dopo qualche giorno di indagini infruttuose appuntò i suoi sospetti su Garibaldi Veneziani, suo rivale nella “conquista” di una certa profuga di guerra che aveva infine preferito l’altro. La sera del 29 agosto il giovane venne arrestato e portato in carcere con l’accusa di avere aggredito e ucciso, assieme ad altri, il conte Beni; movente, l’appropriazione indebita di fondi della ditta e la volontà di togliere di mezzo un ostacolo alla sua ambizione di occupare il posto di direttore della fabbrica (perché Beni aveva scoperto che anche Veneziani faceva strani giochi con i soldi della Kil).

Il processo iniziò il 30 ottobre del 1917, davanti al giudice Giandomenico Magliano. L’accusa venne assunta da Alessio Milone; la difesa da due “insigni” avvocati, l’onorevole Matteo Amilcarelli e il professor Michele Longo. Il dibattimento continuò per diversi giorni con le testimonianze degli inquirenti, tra le quali quella del delegato Rella, e con l’interrogatorio di conoscenti, domestici e parenti sia della vittima che dell’imputato. Ma a parte le note vicende dei contrasti in ditta e delle irregolarità commesse tanto dal principale che dal dipendente, non emergeva nulla di serio a carico dell’imputato: non un indizio che si trovasse nei paraggi della strada per Pietra Montecorvino al momento dell’omicidio, non un collegamento con gli asseriti ma mai identificati complici, non un movente ragionevolmente valido da giustificare un crimine di quella portata.

Fu la deposizione di Elisabetta Beni, sorella dell’ucciso, a introdurre per prima un elemento che si sarebbe rilevato determinante per l’esito del processo. La donna, che viveva con l’anziana madre, raccontò che quest’ultima il 26 agosto 1916 le aveva riferito un sogno della notte precedente nel quale aveva «visto il povero Ubaldo aggredito su di una via campestre da tre malfattori sbucati da un boschetto e barbaramente ucciso da uno di essi, che aveva un segno speciale, cioè una macchia nera sulla palpebra della grandezza di una lenticchia». Da principio la donna non aveva prestato fede al racconto della madre, ma dopo pochi giorni aveva cambiato idea perché aveva saputo che la moglie del conte la sera stessa dell’omicidio aveva avuto una visione analoga. A domanda del giudice, la teste aveva precisato che il sogno era stato successivo alla notizia della morte di Ubaldo Beni, giunta il 25 agosto con uno scarno telegramma.

A quel punto era inevitabile sentire Anna Wocsmann, la vedova, la quale confermò che la sera del 24, aspettando il ritorno del marito, aveva avuto una visione. «Mentre in ansia attendevo quella notte mio marito che non arrivava, lo vidi in casa dinanzi a me che ero seduta su una poltrona e mi disse: “Vedi, il mio assassino come mi ha tradito, quello che ha la macchia nell’occhio”. Dopo di che non vidi né sentii altro». A nuova domanda del giudice la donna confermò che all’epoca non sapeva che Veneziani avesse una macchia nell’occhio sinistro: se ne era accorta solo dopo due giorni.

All’imputato venne chiesto di avvicinarsi alla corte e di passare lentamente davanti ai giurati per far veder loro la macchia bianca che aveva dentro l’occhio sinistro. Una macchia, cioè, che non era “nera” né “sulla palpebra” o “grande come una lenticchia”, come aveva detto Elisabetta Beni per conto della madre, né “sull’occhio” o “all’occhio” come aveva scritto l’anno prima in una lettera depositata agli atti la vedova; ma che era pur sempre una macchia. Malgrado l’ironia degli avvocati difensori, dei giornalisti presenti e di parte del pubblico, il doppio elemento della macchia e delle visioni dovette infilarsi ben bene nelle coscienze di molti giurati, che stante la totale assenza di prove a carico di Garibaldi Veneziani furono forse indotti a pensare più del dovuto a quelle pretese accuse rivolte “dall’aldilà” da una vittima al suo carnefice.

zingaropoli tagliato

L’avvocato napoletano e spiritista Francesco Zingaropoli, che per primo raccontò il caso del conte Beni sulla rivista Luce e Ombra del 1919.

Il processo era quasi alla fine. Al momento delle arringhe finali, gli avvocati della difesa scelsero di non dare troppo peso a quelle presunte indicazioni soprannaturali, preferendo soffermarsi solo sui vaghi elementi emersi a carico del loro assistito. Ma fecero male a prendere sottogamba la faccenda delle visioni, perché contro di loro, ovvero contro il loro assistito, si scagliò la ferrea convinzione del pubblico ministero Alessio Milone, favorevole a ogni indicazione che sembrasse venire dall’aldilà: da quando, una dozzina di anni prima, era rimasto impigliato con il soprannaturale, cioè con lo spiritismo e la medianità, partecipando ad alcune sedute della famosa medium Eusapia Palladino. Ne era uscito tanto convinto da non vergognarsi di dichiararlo pubblicamente prima su una rivista giuridica poi in un libercolo.

 

Milone, insomma, al paranormale ci credeva, e non poco. Per lui non c’erano dubbi che le visioni della vedova e della madre del conte Beni fossero manifestazioni post mortem dell’ucciso, assolutamente veritiere. Non c’erano dubbi che l’imputato fosse stato identificato attraverso quella macchia all’occhio. Non c’erano dubbi che una visione “telepatica” avesse la stessa dignità di prova di tutte quelle che vengono normalmente accettate in un’aula dove si giudica della sorte di un uomo. Il suo discorso fu più ampio di quello degli avvocati della difesa, più articolato, più coinvolgente e la giuria mostrò infine di apprezzare le sue ragioni. La sentenza emessa, il 23 novembre del 1917, condannava Garibaldi Veneziani a venti anni di carcere, a 250 lire di multa, alla vigilanza speciale della polizia e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. E a niente valse un ricorso presentato qualche mese dopo da Veneziani assieme a un dettagliato memoriale con il quale si mettevano in evidenza le contraddizioni del processo, l’inattendibilità delle asserite visioni dell’ucciso, l’infondatezza dei motivi avanzati per spiegare il gesto. La Cassazione respinse l’appello del Veneziani e il caso non fu più riaperto.

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