Il ritorno di Gef?

 C’è da scommetterci: l’attenzione data alla pubblicazione di un nuovo libro sull’argomento in Inghilterra, farà tornare alla ribalta in tutta Europa la storia di Gef, la mangusta parlante dell’Isola di Man, uno dei casi più strampalati di cui si sia occupata la stampa negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, e di cui in realtà non si sentiva nessuna nostalgia. Nata al seguito di un articolo uscito nel 1931 su un quotidiano locale, la faccenda consisteva nell’asserita presenza in una fattoria di una mangusta, sempre celata in una soffitta o dietro una parete, capace di parlare e di sostenere conversazioni “intelligenti” con la famiglia proprietaria del terreno, composta da James Irving, un ex-venditore di pianoforti, sua moglie Margaret Ann, ex-sarta di Liverpool, e la figlia quattordicenne Voirrey (altri due figli più grandi vivevano per conto loro a Londra e a Liverpool). Come prova della veridicità della storia, che non riusciva ad avere testimoni diretti perché la mangusta si rifiutava sistematicamente di entrare in contatto con “estranei”, James Irving esibiva il suo diario personale sulle prodezze dell’animale, i racconti di moglie e figlia dati a conferma del suo, e alcune impronte di zampe lasciate su una creta molle da Gef; una volta, su richiesta, fornì anche un pelo che l’animale aveva detto di essersi strappato dal corpo.

Nandor Fodor

Il mondo della ricerca psichica si sentì investito della questione nel 1932, quando un paio di “esperti” inglesi compirono un’accurata ricognizione nella fattoria degli Irving; mentre nel 1937 a occuparsene fu Nandor Fodor, uno psicologo e parapsicologo di origine ungherese trapiantato in Inghilterra e in America. A rigore gli “indagatori dell’occulto psichico” avrebbero dovuto ignorare la storia, che si presentava come una stranezza della zoologia e non della mente umana; tuttavia ci si dedicarono perché da almeno una ventina di anni era tradizione che studiassero ogni animale che sembrava manifestare doti psichiche o linguistiche eccezionali (lo avevano fatto con i cavalli “calcolatori” di Elberfeld, con i cani “parlanti” di Germania, Italia e Francia, con una cavalla “telepatica” in America…). E, a posteriori, si può dire che non fecero male a impegnarsi, perché furono gli unici che seppero proporre qualche elemento di chiarezza, offrendo così l’opportunità di capire di che cosa si trattava davvero: una situazione fittizia, scaturita dai gravi problemi psicologici che si agitavano nella famiglia Irving.

La fattoria degli Irving: le due figure nella foto sono James e sua figlia Voirrey

Nessuno di coloro che esaminarono il caso notò, all’epoca, la prima cosa strana che balza agli occhi in questa vicenda: ovvero che le manguste sono animali che vivono esclusivamente nel Sud-est asiatico e in Africa, e non in Europa, e che la descrizione dell’ospite “parlante” della fattoria, fornita da James Irving e dai suoi famigliari, non si adattava all’identikit di una mangusta. Questo è un dettaglio apparentemente secondario, perché mangusta o scoiattolo o puzzola, ciò cambia poco nel definire la stranezza dell’episodio; però è un dato non trascurabile per capire in che misura coloro che ne hanno discusso si sono lasciati influenzare dalle affermazioni di Irving, che usava proprio il termine mangusta a proposito dell’animale conversante di casa sua. E parlo soprattutto di lui, James Irving, perché esaminando i resoconti di coloro che andarono personalmente all’Isola di Man ci si rende conto che la moglie e la figlia erano per lo più relegate al ruolo di chi conferma le parole altrui, e non in quello di testimoni autonomi e indipendenti.

Le impronte

Indicativo, oltre che strano, era poi il fatto che dei numerosi visitatori arrivati fino alla fattoria nessuno riuscì mai nemmeno a intravedere Gef; immancabilmente gli Irving spiegavano che per un motivo o per l’altro (antipatia, paura, rabbia, scontentezza, dispetto…) la mangusta aveva rifiutato il contatto e non intendeva lasciarsi osservare. In compenso c’erano le foto che la ritraevano… ma guarda caso, tutte così scure, vaghe, sfocate o indefinite, da non lasciar distinguere praticamente niente. Le impronte sulla creta, esaminate da uno zoologo, non poterono essere attribuite con certezza a nessun animale, ma con certezza fu escluso che potessero essere quelle di una mangusta. Contrariamente al pelo consegnato da Irving, che fu invece identificato con estrema sicurezza: era un pelo di cane da pastore… proprio come quello che gli Irving possedevano nella fattoria.

Fu Nandor Fodor, nella sua qualifica di psicoanalista, a dare un inquadramento generale dei rapporti entro la famiglia, che poté conoscere abbastanza bene essendo rimasto una settimana ospite in quella casa. Si trattava di un nucleo famigliare completamente isolato dal mondo, che non intratteneva rapporti sociali con nessuno e che per l’ostinazione di James Irving conduceva una vita monotona, appartata, priva di giornali libri e radio, totalmente insoddisfacente per moglie e figlia (che infatti, alla sua morte nel 1945, vendettero subito la fattoria e tornarono a vivere in Gran Bretagna). In una prima fase Gef era stato “ascoltato” solo dalla ragazza e da sua madre, e si manifestava con una voce dal timbro femminile: secondo Fodor poteva essere stato un tentativo messo in atto dalle due donne per indurre il capofamiglia ad andar via. Quando poco dopo “l’animale” aveva cominciato a essere gestito da James Irving, aveva cambiato carattere assumendo una voce mascolina: una nuova finzione, secondo lo psicoanalista, probabile indice di una sorta di “scissione” psicologica dell’uomo, che usava quel mezzo per attirare interesse sul luogo e accreditarsi agli occhi di tutti, famiglia compresa, come personalità forte e di riferimento.

La ragazza appariva, e probabilmente era, soggiogata dal padre. Già inizialmente, alla prima comparsa di Gef, l’uomo l’aveva convinta che lo strano ospite poteva rappresentare un pericolo per lei e poco dopo aveva ribadito questa posizione attribuendo all’animale alcuni atti di “crudeltà” (per carcasse di animali uccisi ritrovate nelle vicinanze), assicurandola che solo lui avrebbe potuto proteggerla. Per questo Voirrey aveva sviluppato un’estrema sottomissione al padre e, tra l’altro, aveva smesso di stare in camera sua e andava a dormire nel letto dei genitori.

Entrato in una fase di forzata dimenticanza all’epoca della seconda guerra mondiale, il fenomeno scomparve dall’orizzonte di ogni ricerca. Nel 1945, alla morte di James Irving, la vedova vendette la fattoria a un campione sportivo di motociclismo che aveva dovuto interrompere la carriera quando era stato chiamato alle armi. Due anni più tardi, disturbato da strani rumori che udiva in casa, l’uomo aveva collocato delle trappole nei campi e il giorno successivo aveva catturato quella che gli era parsa una grande puzzola, trovata a dimenarsi furiosa tra le lame di una trappola lanciando grida acute e disperate (nemmeno una parola, però). Non aveva avuto esitazioni e in un attimo l’aveva abbattuta a bastonate. Pochi giorni più tardi – chissà come e perché! – un giornale aveva dato notizia che la mangusta parlante era stata uccisa. Interrogate, né Voirrey né sua madre vollero esprimere un’opinione sull’accaduto, né tornare a parlare del periodo di Gef. In seguito avrebbero sempre mantenuto questo stesso atteggiamento di ritrosia e rifiuto. Se qualche mistero davvero c’era, dietro quella faccenda, lo hanno portato con sé nella tomba.

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2 commenti su “Il ritorno di Gef?

  1. Simone ha detto:

    Molto interessante

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  2. Simone ha detto:

    Le impronte, almeno a veder così, mi sembrano fatte da qualcuno e tutte diverse tra loro, non di puzzola o altri animali simili, comunque.

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