Pecore e capre in laboratorio

Tranquilli: i parapsicologi non sono improvvisamente diventati veterinari. È vero che, specialmente in passato, per certe ricerche hanno portato nei loro laboratori esseri viventi delle specie più diverse (gattini, topi, amebe, pianticelle di fagioli e lenticchie, qualche cane, un pappagallo…) ma questa volta pecore e capre sono soltanto termini usati per identificare uno specifico atteggiamento mentale delle persone che partecipano agli esperimenti. Nel dettaglio: pecore sono tutti coloro che ritengono di poter conseguire risultati positivi nei test parapsicologici ai quali vengono sottoposti; capre quelli che invece si dicono scettici su una simile eventualità.

Inventati da una ricercatrice americana oltre settant’anni fa, questi vocaboli sono presto entrati nell’uso comune, in parapsicologia, così come la misurazione di quell’atteggiamento mentale, sebbene nel tempo la definizione sia diventata un po’ più elastica che in origine, applicandosi talora anche ai credenti e agli scettici in generale nella psi. Nelle prove di laboratorio ciò che emerge è che, messe nelle stesse condizioni sperimentali, le pecore tendono a ottenere risultati significativamente positivi e le capre statisticamente negativi; e che anche quando uno o entrambi questi gruppi non raggiungono la significatività statistica le pecore totalizzano “successi” più delle capre. Ho parlato brevemente della questione all’interno di un volume pubblicato anni fa: se a qualcuno interessa, può leggere quel testo cliccando qui.

Lance Storm

Il motivo per cui ne riparlo ora è che è uscito da poco, sulla rivista della Society for Psychical Research un nuovo studio sull’effetto pecore-capre dovuto alla penna di due apprezzati ricercatori, Lance Storm, dell’Università di Adelaide e Patrizio Tressoldi, del Dipartimento di Psicologia Generale dell’università di Padova. In pratica, i due autori hanno sottoposto a metanalisi tutte le ricerche parapsicologiche che hanno misurato anche quella specifica caratteristica dei partecipanti e che sono state pubblicate in riviste accreditate tra il 1993 e il 2015. Storm e Tressoldi hanno così confermato non soltanto l’esistenza delle differenze tra pecore e capre, ma anche che l’effetto è indipendente dalle specifiche procedure adottate e da altre questioni accessorie, come ad esempio il numero totale delle prove di ogni singola sperimentazione. Tutte conclusioni già raggiunte, in verità, da uno studio analogo effettuato da un altro ricercatore sulle pubblicazioni uscite fino al 1992 e pubblicato nel 1993.

Patrizio Tressoldi

A questo punto devo specificare che non penso che questo lavoro di Storm e Tressoldi sia superfluo o non interessante. Ogni cosa fatta bene in parapsicologia vale la pena di esser fatta e di essere conosciuta: e questo è il motivo per cui ne parlo qui. Però non posso fare a meno di notare a questo punto che di per sé quel lavoro risulta inutile, perché da un lato non fa che riconfermare un dato già acquisito, l’esistenza dell’effetto pecore-capre, senza aggiungere nulla di nuovo; dall’altro non fornisce il minimo indizio che possa aiutarci a capire come, dove, quando o perché quell’effetto si manifesta nel corso degli esperimenti. È, insomma, l’ennesima riprova che la strada sperimentale in parapsicologia non è molto produttiva, anche quando è perseguita con le migliori intenzioni e con appropriatezza metodologica. Molto di più – continuo a pensare – sembra promettente lo studio dei “casi spontanei”, che è invece perseguito poco e con scarsa convinzione. Forse perché è molto più faticoso dell’altra ricerca, che si può effettuare in qualche pomeriggio comodamente seduti davanti a un computer?

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